“Un buco nell’acqua” di Luca Colombo
Era un mezzogiorno di questo caldo luglio. Era l’otto, il mio compleanno.51 anni. Sedevo dietro la cattedra, in un’aula del terzo piano, in attesa degli alunni che avrebbero seguito il corso di preparazione per esami di settembre.
Gli alunni erano in realtà due o meglio uno. Dei dieci che avrebbero dovuto seguire il corso solo due si erano presentati la settimana precedente. Di questi, però, solo uno ieri. L’altro era sparito nelle nebbie, forse le stesse nebbie che lo avevano avvolto durante l’anno scolastico. Gli altri, dispersi prima ancora di partire, rimanevano dei cognomi sul registro, con accanto cinque A a testimoniare la loro assenza.
Constatato alle 12 e 05 che l’aula era vuota mi allungai nei solitari corridoi della scuola. Una bidella sedeva anch’essa dietro alla sua cattedra, in un andito alla confluenza di quattro corridoi. Anch’essa era in attesa di qualcosa. I nostri occhi si incrociarono subito (dove avrebbero potuto andare d’altronde?) e come due nomadi cammellieri ci si raccontò del più e del meno, della strada fatta, di quella ancora da fare, della meta, sempre più vaga, avvolta nelle stesse nebbie del mio alunno.
Ormai erano le 12 e 10 e pensai che, probabilmente, gli alunni impegnati in un altro corso avevano solo ritardato per attendere il termine dell’altra lezione….. Mi allontanai dall’oasi con la bidella e, riprendendo la pista, mi diressi verso l’aula. “Beh, ora ci saranno” pensai. E avvicinandomi pregustavo quest’ultima lezione, quest’ultimo sforzo stranamente ben pagato,.
Proveniva da un luogo a me poco chiaro, che in realtà avevo prudentemente collocato nel giardino, un rumore che non avevo ancora tradotto in azione, Poi, ricordandomi di alcuni lavori di manutenzione che si stavano effettuando, immaginai in giardino una sorta di idropulitrice o chissà cos’altro, intenta a rimuovere i sogni sbiaditi degli alunni all’intervallo. Compiacendomi di aver indovinato la fonte del rumore mi avvicinavo sempre di più all’aula. E intanto, in questo mio incedere solitario, gustavo la mia precarietà di insegnante, quasi a sottolinearne la libertà adolescenziale, dimenticando volutamente la famiglia e le rate del mutuo, fiero del mio nomadismo asiatico a me infinitamente caro. Così. avvicinandomi all’aula, con le finestre che danno sul giardino, era logico sentire più fortemente il rumore dell’idropulitrice.
La porta dell’aula era aperta, così come l’avevo lasciata. Dall’esterno dell’aula la diagonale ottica mi permetteva di vedere i primi tre banchi di fronte alla cattedra. Erano tristemente vuoti e solo un pensiero carico di ottimismo posizionava i miei ospiti al di fuori della portata del mio sguardo, a sinistra della porta. Mentre mi avvicinavo decidevo che, ormai alle 12 e 15, nessuno sarebbe più arrivato. Avrei concluso, quasi come un truffatore che utilizza le sue magiche invenzioni, la lezione senza averla nemmeno iniziata. E questa propina inaspettata non mi garbava minimamente. Mi sentivo fuori posto, più ricco di trentotto euro che non mi ero guadagnato.
“Dovrò chiudere le finestre” pensai, perché il rumore dell’idropulitrice diveniva realmente fastidioso. Stavo attraversando la soglia e il pensiero che gli alunni non ci fossero si fece certezza.
Contemporaneamente un’altra ipotesi veniva negata. Dal calorifero dell’aula usciva sotto forte pressione l’acqua del riscaldamento. Il pavimento dell’aula era pieno di tutta l’acqua che in 15 minuti aveva avuto modo di uscire liberamente. Cercai la bidella con la quale avevo appena parlato ma anch’essa aveva lasciato l’oasi. Scivolai velocemente sulla scala, giungendo in un attimo al piano terra. Nell’oasi principale trovai altre bidelle. Le informai del fatto. Casualmente un idraulico era presente nell’Istituto e mentre una di loro lo andava a cercare le altre tre mi seguirono nell’aula. Vista la quantità di acqua si precipitarono a prendere stracci e secchi e come api sui favi si muovevano in continuazione: straccio, spazzolone, secchio – straccio, spazzolone, secchio. Nello stesso tempo anch’io avevo il mio secchi personale e con questo, più alto dello spazio che intercorre tra pavimento e calorifero, adeguatamente inclinato, intercettavo una parte dell’acqua che continuava ad uscire.
Dopo numerose strizzature di straccio arrivò l’idraulico. Cercò di chiudere le valvole del calorifero. Ci avevo già provato io, diamine! Mi spiegò che ormai erano inservibili. Lo avevo capito. Il calcare aveva reso inutilizzabile il magico rubinetto. Intanto l’acqua continuava ad uscire. Accarezzò con la mano l’interno del calorifero. Quela mano sapiente sapeva cosa cercare. In una girandola di doppi sensi finalmente trovò il buco. “Ecco” mi disse ”Deve cercare di tappare il buco con il dito. Io intanto scendo in caldaia, chiudo l’impianto e lo svuoto”. Giusto pensai, è l’unica via possibile. E intanto straccio, spazzolone, secchio. L’idraulico sparì. Ero di nuovo solo con il mio harem di bidelle. Ormai, come in una sinfonia, l’orchestra del personale ATA suonava alla perfezione, senza sbagliare una nota, seguendo puntualmente il pentagramma. Adesso era solo una questione di tempo. Il dito premeva sul foro e impediva la fuoriuscita dell’acqua. Delle tre bidelle ne rimase una sola, per ogni evenienza! L’idraulico maneggiava in caldaia valvole, chiudendo questa e aprendo l’altra.
Ebbi allora il tempo di pensare a me.
Mi sentivo fiero di quel dito! Poi mi sentii fiero di aver salvato la scuola da un allagamento certo. Poi pensai che quello era l’ultimo giorno, era l’otto luglio, era il mio compleanno. Poi pensai che da domani non avrei avuto più lavoro. Se ne sarebbe parlato forse il primo di settembre. Forse, perché questo nuovo anno scolastico sarà diverso dagli altri. Chi lo sa. “Ma io sono un insegnante nomade” pensai e mi tranquillizzai immaginandomi un cammello iraniano. Ma più forte, dopo, quando la pressione dell’acqua svaniva e mi permetteva di togliere il dito senza che più l’acqua uscisse dal foro, si impossessò di me una sorta di esaltazione morale. Quell’ora di lezione, dalla quale avevo inopinatamente guadagnato il compenso era stata pienamente riscattata. Potevo esserne fiero.
“Proff, ci vediamo l’anno prossimo?” mi chiese la bidella rimasta.
“ Non lo so” risposi. “Forse farò l’idraulico!”






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