
Monastero del Lavello, Calolziocorte dal 31 gennaio al 7 febbraio.
Nella mia presentazione in catalogo della mostra di Gianni Bolis ho voluto porre l’accento sulla centralità del soggetto umano, l’uomo o la donna, in tutta la sua produzione: un umanesimo ostinato e perseguito non solo attraverso la figura in senso stretto ma ricercato in ogni oggetto, in ogni vegetale, in ogni pietra. Voglio ora partire invece dagli aspetti formali, dalla materia, dalla luce, dal nero e dal bianco.
Questo nero sporco, opaco intruglio di bacche, erbe e inchiostri, quasi sciacquatura o forse pozione magica. Questa materia che si espande sulla carta in forma di segno sottile e risparmia il bianco che è già lì, come la terracotta dei vasi greci a figure rosse che, risparmiata, nel processo di cottura diventa colore. Il bianco non è biacca o lumeggiatura, ma materia del supporto, fondo.
Nero e bianco non in rigida contrapposizione manichea, nero e bianco non declinati in grigio ma nero e bianco in un rapporto stretto che suggerisce il colore.
Il nero è il segno sistematico, inesorabile che avanza e costruisce o la pozione che dilaga in macchia, il bianco è lo spazio libero, non occupato, risparmiato, carico di potenzialità inespresse, è luce, è libertà.
Il pensiero va a un grande fotografo che ha disegnato con la luce, quel Mario Giacomelli, che ha amato come Gianni Bolis la realtà concreta del suo piccolo mondo provinciale, fatta di sofferenza, sacrificio, maledizione e benedizione, raramente di felicità: che ha amato solo il bianco e il nero.
La mostra a lui dedicata a Milano nei primi mesi del 2009 ha un titolo significativo che mi ha colpito La figura nera aspetta il bianco. Il bianco è atteso in Giacomelli come una luce di grazia che mette a nudo una dura realtà e la redime.
Bolis ricerca, coltiva il bianco, lo porta alla luce. 
Da questa materia, da questo segno, da questo spazio bianco nascono le sue figure, ripetute, indagate, accarezzate.
Da un po’ di tempo è la volta dei letti e dei preti, prima ci sono stati i Cristi e le Madonne, i poveri diavoli e le donne, le viti e i girasoli.
Certo nella adozione dei soggetti non mancano le suggestioni del mondo dell’arte: Bolis è pittore e poeta colto e attento a tutto ciò che cattura la sua sensibilità, che lo chiama. Ma più di tutto c’è sempre la sua storia.
Quei letti sono prima di tutto le brande sgangherate della sua infanzia, con la coperta bianca di piquet a frange che copriva la pesante trapunta di lana, prima dell’era dei piumini leggeri..
E poi divengono celle di solitudine, abbandonate dal giovane suicida (Un letto per Francesca), rifugio ascetico del priore, (La stanza del priore), catafalchi in memoria dello scomparso (Il letto della vedova).
Difficile immaginare la calda accoglienza del guscio protettivo che ci accompagna nei sogni. Eppure quel bianco è spazio di libertà e di luce in cui gli incubi e le angosce si decantano, evaporano e si condensano sulle pareti.
Vuoti, sfatti o ben rassettati sono la presentificazione di un’assenza, l’impronta di un corpo fuori campo, sono il luogo dove trascorre la vita tra nascita e morte, veglia e sonno, eros e thanatos .
Anche i preti rappresentati sempre seduti ed immobili, nella loro divisa d’osservanza, con il tricorno piumato ben calcato sulla testa come modesta ma significativa corona, vengono da quella giovinezza passata all’oratorio, quando il prete era un essere sovrumano e misterioso.
Ed eccoli qui ora, anziani, raccolti nei pensieri e nelle mani grandi e nodose, incapaci di benedire o maledire. Fragili uomini, nonostante l’austerità della divisa, smarriti si interrogano sul proprio ruolo. Poveri preti di campagna, disarmati nella loro coerenza tenace, perdono pezzi e certezze in quel non finito, eppure quel bianco è spazio libero ancora da farsi.
Il soggetto di nuovo richiama altre opere di altri artisti. Primi fra tutti ancora Giacomelli che mette in scena i suoi pretini mentre giocano sulla neve. Sono giovani, disposti a fare il girotondo con le loro sottane svolazzanti ma in essi l’artista vede anche la sofferenza della solitudine legata alla loro scelta . Non a caso intitolerà il ciclo “ Io non ho mani che mi accarezzino il volto, da una poesia di padre Davide Turoldo.
Quella solitudine nei preti vecchi di Bolis diventa isolamento, lontananza, ripiegamento, che tuttavia conserva uno spazio bianco ancora da scrivere.
Tutto questo dire intorno al nero e al bianco per ribadire la carica di colore umano che trasuda da questi disegni di Bolis : raccontano la vita e il suo patire ma aprono spazi bianchi carichi di promesse e possibilità, nonostante tutto.







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